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Le diete che si adattano al patrimonio genetico e alle tecnologie di monitoraggio della salute stanno modificando il nostro rapporto con il cibo e con l’alimentazione

Se esiste un binomio che accompagna gli esseri umani dalla notte dei tempi, si tratta senz’altro di alimentazione e salute. “Una mela al giorno toglie il medico di torno” dice il proverbio, ed è solo uno degli innumerevoli esempi che dimostrano l’importanza del legame fra i due concetti nella cultura popolare. Tuttavia, le basi di questo rapporto cambiano col mutare della società stessa: se all’epoca dei nostri nonni il cibo era scarso e il tempo abbondava, adesso è il tempo a essere limitato, mentre l’offerta di cibo non è mai stata così ricca per quantità e varietà. Eppure, paradossalmente, conosciamo meno le materie prime e consumiamo prodotti lavorati a livelli senza precedenti.

Forse è proprio per questo che stiamo iniziando a preoccuparci di cosa mangiamo, ad apprezzare gli ingredienti naturali (meglio se biologici) e, perché no, a scoprire e riscoprire nuovi alimenti. Stiamo diventando sempre più esigenti in materia di qualità e tutela dell’ambiente. 

Scienza e tecnologia: le grandi alleate di salute e alimentazione

Scienza e tecnologia formano un altro binomio che si è imposto prepotentemente sullo scenario della salute e dell’alimentazione. Ci sono applicazioni, ad esempio, che ci aiutano a raccogliere dati di riferimento sul nostro corpo (ne abbiamo già parlato in un articolo precedente sulla trasformazione digitale della salute), e di conseguenza ad avere più controllo su ciò che ci succede, permettendoci di ricorrere all’aiuto di uno specialista appena notiamo qualcosa che non va.

Sempre alla tecnologia si deve lo sviluppo di un’applicazione per il famoso robot da cucina Bimby®, con cui è possibile non solo creare un piano settimanale delle ricette (e quindi una dieta), ma anche compilare la lista della spesa e non restare mai a corto di ingredienti, grazie a una specifica funzione intelligente.

Anche i governi hanno dovuto adeguarsi e, oltre alla loro normale funzione normativa, hanno iniziato a usare la tecnologia per “educare” e migliorare la salute dei cittadini. Un esempio interessante è la app lanciata già nel 2015 dal Ministero della sanità peruviano (MINSA) per combattere l’obesità, che dà consigli e permette agli utenti di elaborare un menù basato sui piatti tipici nazionali.

 

La scienza, vera protagonista del cibo del futuro

Sarà senza dubbio la scienza la vera protagonista del cibo del futuro. A livello culinario ci ha aiutato a capire, fra le altre cose, perché una salsa si emulsiona o un pesce diventa troppo asciutto, ma c’è molto di più: con la nutrigenomica, ad esempio, possiamo personalizzare la dieta in base al patrimonio genetico, adattando le classiche raccomandazioni degli studi nutrizionali al singolo individuo e alle sue specificità. Lo spiega molto chiaramente la dottoressa Dolores Corella:

 

Oltre alla nutrigenomica, che ci permette di capire a cosa siamo geneticamente predisposti e in che modo siamo influenzati dall’alimentazione, il nostro corpo è pieno di microrganismi che hanno un impatto enorme su ciò che siamo e a loro volta dipendono da cosa mangiamo.

Il nostro apparato digerente è collegato a un’ampia rete neuronale, che comprende più di 100 milioni di neuroni (alcuni lo definiscono “il secondo cervello”, anche se non è così); possono sembrare tantissimi, ma non lo sono se consideriamo che per ognuno di essi ce ne sono 850 nel cervello!

Sappiamo che il sistema nervoso enterico, a cui fanno capo i neuroni del tratto gastrointestinale (all’interno del sistema periferico), non ha nulla a che vedere con il sistema nervoso centrale, da cui differisce sostanzialmente. La ricerca sul microbiota (l’insieme dei microrganismi dell’intestino, che possono raggiungere anche un chilo di peso) ha rivelato che i batteri intestinali condizionano il comportamento e l’umore, e di conseguenza che l’alimentazione è una componente essenziale del nostro sviluppo. Ne parla in modo approfondito questo articolo del Cuaderno de Cultura Científica, la pubblicazione scientifica dell’Università dei Paesi Baschi.

Dovremo quindi andare avanti con la ricerca per individuare tutti i fattori che collegano salute e alimentazione.

Un dato allarmante

Si stima che entro il 2030 più di 9.000.000 di persone adotteranno una dieta di tipo occidentale. Questo dato, che potremmo salutare con ottimismo se risolvesse i problemi di denutrizione in molte parti del mondo, non è così positivo come sembra, per varie ragioni.

In primis, non tutte queste diete sono buone: la dieta Mediterranea va bene, ma le diete occidentali in generale si basano sempre più su un consumo elevato di carni rosse, zuccheri raffinati e grassi saturi, abbinato a uno scarso apporto di fibre e a uno stile di vita urbano con poco esercizio fisico. In più, le diete di questo tipo vanno spesso a braccetto con il “fast food”. Mangiare questo genere di cibi, velocemente e in molti casi da soli, sta provocando anche un danno collaterale: l’impoverimento del linguaggio, poiché come spiega il professor Eudald Carbonell, codirettore del progetto Atapuerca, condividendo i pasti sviluppiamo la comunicazione e ci esprimiamo in modo più complesso.

D’altro canto, l’aumento della domanda di cibo porterà a uno sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, causando danni all’ambiente. Queste previsioni ci stanno già spingendo alla ricerca di alimenti alternativi come le alghe, gli insetti o i pesci allevati in cattività (vicino alla nostra sede di Castellón c’è proprio un centro di ricerca specializzato del CSIC), e perfino alla produzione di carne sintetica in laboratorio a partire dalle cellule staminali (la cosiddetta “carne pulita”), come già sta facendo il professor Mark Post nei Paesi Bassi. In questo modo, “sarà possibile ottenere carne coltivata riducendo le emissioni di gas serra del 96%, il consumo di energia del 45%, l’uso del terreno del 99% e quello di acqua del 96% rispetto alla carne convenzionale”, come dichiara l’Università di Oxfordnelle sue pubblicazioni.

Cambiare i modelli di consumo e le politiche di gestione è un obiettivo imprescindibile.

Clusters che riuniscono industria e ricerca sull’alimentazione nel XXI secolo

Nel quadro tracciato, la cosiddetta tripla elica (amministrazione-università-aziende) diventa più necessaria e importante che mai. Grazie ai cosiddetti cluster o associazioni di settore, l’interazione di questi tre elementi apre la strada al cambiamento e permette, fra le altre cose, di raggiungere gli obiettivi del programma Orizzonte 2020 dell’Unione Europea, che poggia su tre priorità interconnesse:

1.

Crescita intelligente (sviluppo di un’economia basata su conoscenza e innovazione).

2.

Crescita sostenibile (promozione di un’economia più efficiente nell’uso delle risorse, più ecologica e competitiva).

3.

Crescita inclusiva (rafforzamento di un’economia con un alto livello di occupazione e coesione sociale e territoriale).

Fra le iniziative nate per dare seguito al programma citiamo ASSET, che riunisce aziende europee con sedi in Germania, Estonia, Austria, Svizzera e Spagna. Si tratta di un progetto che studia l’uso delle decisioni d’acquisto personali come mezzo per promuovere i prodotti sostenibili e, allo stesso tempo, come generatrici di comunità che diano voce alle istanze dei cittadini o sensibilizzino la collettività su determinati prodotti o decisioni governative

Le società spagnole coinvolte sono due: Alimerka, un gruppo asturiano che comprende oltre 173 supermercati nelle comunità autonome di Asturie, Castilla y León e Galizia, e che punta decisamente su RSI, e AINIA, un centro tecnologico con sede a Paterna (Valenza) che conta più di 700 aziende associate e 1.300 clienti.

Sono gli esempi più lampanti di ciò che abbiamo cercato di evidenziare in questo articolo: parlare di alimentazione e salute vuol dire parlare di scienza e tecnologia. Nel XXI secolo quello che conta sono le materie prime e la loro produzione, le norme a cui devono sottostare, i processi estrattivi, il confezionamento e l’imballaggio, l’igiene industriale durante la lavorazione, le catene del valore integrate e la sicurezza dei consumatori che sono ormai iperconnessi e monitorati.

 

Dopotutto, potrebbe essere vero che “il cibo non si consuma più solo a tavola, ma anche sullo schermo”.

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