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Bot · Trasformazione digitale

Intervista al professor Óscar Belmonte sul progetto Senior Monitoring che lancia l’uso dei bot per gli anziani non autosufficienti

“Entro il 2020, i robot assisteranno l’80% degli anziani in Giappone”. Erano i primi di febbraio quando ho letto questa notizia una mattina mentre facevo colazione. Una ricerca su Google mi ha rivelato che proveniva da un’agenzia. La VanguardiaThe Guardian, El Español e molti altri media riproponevano lo stesso concetto. Mi sono incuriosito e ho deciso di approfondire: ho scoperto che se ne parlava già tre anni fa, anche se con strategie diverse. 

È un fenomeno che non riguarda solo il Giappone. La popolazione mondiale sta invecchiando e questo cambia le carte in tavola. Anche l’Europa sta lavorando su questo aspetto, attraverso programmi quadro di ricerca.

A volte le storie si intrecciano. Ed è proprio quello che mi è successo con Óscar Belmonte, docente del dipartimento di linguaggi e sistemi informatici dell’Universitat Jaume I di Castellón de la Plana (Spagna), che ho avuto il piacere di intervistare la settimana scorsa.

Ho scoperto così che il professor Belmonte sta lavorando al progetto Senior Monitoring, che l’anno scorso gli è valso il premio On Social PARCTEC e che da marzo 2018 farà parte del programma Start UJI dell’Universitat Jaume I.

In pratica come funziona? Il soggetto monitorato indossa uno smart watch, che garantisce la sua localizzazione all’interno della casa in qualunque momento. Poiché il segnale GPS non raggiunge le abitazioni private, la soluzione innovativa proposta dal gruppo di ricerca di Belmonte è di usare la rete WiFi domestica (del soggetto stesso e dei vicini di casa) per tracciare le posizioni e mappare gli spazi, i movimenti e i comportamenti tramite processi inferenziali sui dati raccolti. A questo punto, grazie alle tecniche di apprendimento, si elabora un modello comportamentale; ogni eventuale variazione indica che sta succedendo qualcosa.

È un sistema che si può applicare alla popolazione generale, ma si dimostra particolarmente efficace con le persone anziane, che sono spesso sole e per le quali è più difficile riconoscere un calo nelle proprie capacità.

Attualmente, questa progressiva riduzione si misura tramite questionari sottoposti a cadenza settimanale dai sistemi sanitari (medici, infermiere, psicologi), in cui si chiede ai pazienti monitorati come si sentono e se notano cambiamenti o situazioni specifiche che facciano pensare a un peggioramento. L’affidabilità è quindi relativa, perché fattori come la perdita di memoria, il passare del tempo, la diversa percezione delle situazioni, ecc. possono indurre a trascurare sintomi che invece indicano cambiamenti nello stato di salute.

I vantaggi delle ICT per le persone anziane in termini di indipendenza, autonomia, sicurezza partecipazione sono ampiamente documentati.

Cosa offrono in più i chatbot

Il progetto di ricerca si concentrerà su soggetti a partire dai 55 anni di età (sì, avete letto bene!) per poter includere i cosiddetti baby boomer, ovvero i nati fra il 1957 e il 1977. Il motivo della scelta è il cambiamento sostanziale nel rapporto con la tecnologia che si evidenzia a partire da quest’età.

Un ulteriore vantaggio dell’adozione di questo sistema è l’abbassamento dei livelli di stress per chi si occupa di assistenza agli anziani e per i familiari che non possono garantire una presenza costante.

Un chatbot ben programmato, associato all’applicazione che Belmonte e il suo team stanno sviluppando, permetterà quindi ai caregiver di avere un riscontro sull’andamento quotidiano dell’assistito, senza doversene assumere la completa responsabilità. In effetti, i cambiamenti da monitorare sono spesso così graduali che, prima di notarli, si perde del tempo che potrebbe essere prezioso per la diagnosi precoce di malattie degenerative come l’Alzheimer o per modificare terapie farmacologiche che si stanno dimostrando inefficaci.

Dal punto di vista dei caregiver o dei familiari che non possono occuparsi dell’anziano non autosufficiente per l’intero arco della giornata, sapere che se qualcosa va storto partirà un allarme e di poter contare su un chatbot conversazionale che li aiuti a raccogliere più informazioni (anche se non hanno dimestichezza con la tecnologia), allevia la tensione e il senso di colpa che derivano dal non poter assistere la persona cara come vorrebbero.

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